Pellegrini sulle orme di Dio: riflessione sul Pellegrinaggio al monte Sinai Salimmo su … tanto ch'i' vidi de le cose belle che porta 'l ciel …E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno canto XXXIV, 136-139). “Sali verso di me sul monte e rimani lassù” (Es 24,12): è l’invito della voce misteriosa che dimora nella nostra intimità; e noi ci dirigiamo lentamente su per la cima del Gebel Musa per cercarvi qualche vestigio di Colui che viene e che verrà: il Dio vivente.

lunedì 10 marzo 2008

Pellegrini sulle orme di Dio:riflessione sul Pellegrinaggio al monte Sinai

Salimmo su … tanto ch'i' vidi de le cose belle che porta 'l ciel …E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno canto XXXIV, 136-139).



“Sali verso di me sul monte e rimani lassù” (Es 24,12): è l’invito della voce misteriosa che dimora nella nostra intimità; e noi ci dirigiamo lentamente su per la cima del Gebel Musa per cercarvi qualche vestigio di Colui che viene e che verrà: il Dio vivente.


Come queste montagne circondano la nostra vallata, così la Tua grazia ci circonda, o Dio d’amor. Come queste montagne proclamano la tua gloria, così noi vogliamo esaltare il Tuo nome, Signore (canto: Come queste montagne).


«Venite, saliamo sul monte del Signore … perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri» (Is 2,3).


Isaia immagina un pellegrinaggio ideale verso il Monte del Tempio del Signore e rivolge un invito fiducioso a muoversi, a camminare verso il Signore, meta di pace. Figura allegorica della Chiesa pellegrina nel tempo verso l'incontro con il Signore e di quei credenti che si esprimono concretamente con il loro pellegrinaggio verso la patria celeste.


E noi saliamo tutti insieme a rappresentare la moltitudine di tutte quelle genti a cui è stato annunziato e testimoniato il Kerygma (cfr. Mt 24,14).


Cammina con Lui, fratello che vai, cammina con Lui se forza più non hai. La strada è più dolce, fratello che vai, cammina con Lui, la vita troverai (Cammina con lui, Del Vecchio - Stefani).


Al buio e al freddo, nel sentiero irto e faticoso, abbiamo iniziato a vivere l’esperienza del deserto e siamo pronti a condividere l’invito alla gioia che ci fa Colui che ci conosce “per nome” e ci chiama alla luce su per la vetta dell’ Oreb: il Signore delle cime.Nella speranza di recepire una presenza che faccia credere al ritorno della vera vita e alla gioia di vivere.


Ogni pietra che abbiamo scansato nell’ascesa, che ostruiva la via del nostro cuore, ma che abbiamo prontamente rimossa per non cadere, ci ha ricordato che lassù ci sarebbe stato un risveglio delle nostre anime dal sonno dell’indifferenza e della superficialità.


Camminerò, camminerò sulla tua strada, Signor. Dammi la mano: voglio restar per sempre insieme a Te (Gen Rosso).


Andiamo a respirare la brezza leggera del suo Spirito, che ci implode dentro con tutta la Magnificenza di Colui che è Gloria. Effatà, apriamoci alla sua Parola, prepariamo i nostri cuori all’ascolto. Questa è la via Santa (Is 35,8) che percorriamo arrancando sulle nostre deboli gambe e con i cuori induriti dalle distrazioni delle nostre routinanti vite, per arrivare ad incontrarLo, sperimentarLo forse nel nostro intimo, acclamarLo: l’unico Salvatore.


Rialzami e cura le ferite … sono così spesso senza meta e senza Te cosa farei?


Spirito … parlami, cerco la tua voce; traccia a filo d’oro la mia storia e intessila d’eternità (Cerco la tua voce, Gen Rosso).


Questa via ci richiama al cuore che tutta la vita è un pellegrinaggio verso Dio, tutta la storia è un cammino verso il Signore: soltanto concepita così la storia dell’umanità ci renderà capaci di dare senso alle nostre storie individuali, un senso denso di significato, ma anche di un definitivo e fruttuoso orientamento.


Dove sei, perché non rispondi? Vieni qui, dove ti nascondi? Ho bisogno della tua presenza: è l’anima che cerca Te. Spirito che dai la vita al mondo, cuore che batte nel profondo. Lava via le macchie della terra e coprila di libertà (Cerco la tua voce, Gen Rosso).


La stanchezza della salita e la difficoltà per il terreno sconnesso e la mancanza di luce svuotano il nostro corpo delle forze ma lo svuotamento si fa più marcato fino ad arrivare allo svuotamento delle nostre coscienze, come un inizio di estasi. Il livello della razionalità si abbassa ed i nostri cuori immersi nel silenzio ossequioso di quella ostica natura si sentono alleggeriti e preparati e già pronti adesso all’ascolto di quel Silenzio che parla al cuore e che ci avverte di una ineffabile Presenza.


Lassù, lo speriamo, lo sappiamo c’è il luogo metaforico dell’ incontro tra il nostro universo finito e l’infinito dell’Altro-da-noi.


Piano piano usciremo dalle tenebre della notte per incominciare ad imparare a saper ascoltare quel silenzio luminoso che trapela dalle vivide stelle e presagiamo con gioia di subire attivamente la folgorazione della luce e la visione della vita spirituale che emergerà incontaminata anche dalla caducità materiale delle cose.


Signore perdona la nostra apparente arroganza: non abbiamo indietreggiato di fronte alla sofferenza, non abbiamo provato smarrimento di fronte al sacrificio, non ci siamo spaventati all’idea di rinunciare: Tu ci aspettavi e siamo stati, almeno questa volta, determinati nel proseguire per la via-vita-verità. Per noi è stato come se fossimo saliti al monte della Trasformazione, senza pretendere una tenda, ma nella speranza di essere sfiorati dalla brezza leggera del tuo Spirito.


Accetta il nostro timido tentativo di aver provato ad uscire dalla nostra visione materialistica della vita, facendo il vuoto nei nostri pensieri, nel tentativo di strapparci di dosso le bende del peccato, e di uscire da questo loop egoistico e pagano. Il vitello d’oro ha rappresentato un peccatuccio veniale di fronte ai letalia moderni, alle idolatrie materialistiche del successo, dell’apparenza inconcludente ed effimera, al consumismo sfrenato e insensato che dissolve il significato dell’autenticità della vita ed il senso profondo del nostro percorso teleologico.


Dimentica o Signore per un momento il “Salmo della montagna”:


“Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo. Otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. (Salmo 23,3-6).


E donaci la forza e il coraggio necessari per salire a Te, specialmente ai nostri compagni anziani che arrancano tentennanti inciampando nei ciottoli disseminati sul sentiero, che come le spine nella parabola del seminatore possono rendere inefficace la nostra sincera intenzione.


Questo monte che sa di eterno: preghiera della Terra a Dio, come gli alti monti dell’antichità, è il luogo ideale della luce, la notte è breve e le tenebre non vi risiedono a lungo. Qui Mosè ed Elia hanno raggiunto la loro meta nella scalata, nell’incontro col Signore simboleggiando il comportamento che dovrebbe tenere ogni credente che desidera incontrarsi ogni giorno con Dio.


La vediamo la vetta: è lontana e ci costringe ogni momento ad alzare lo sguardo verso l’alto.


Alzo gli occhi verso i monti: da dove verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore … non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenta il tuo custode. Il Signore è il tuo custode, è come ombra che ti copre. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte (Salmo 120).


La nostra fronte è puntata verso l’alto come se fosse un dito puntato verso il cielo e ci ricordiamo del dito di Dio:


Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio (Es 31,18).


I nostri pensieri sono proiettati allo zenit, alla luce: quella stessa luce che è stata sepolta dentro di noi. Siamo pronti ad innalzarci distaccandoci dal nostro piccolo orizzonte quotidiano, dalla nostra umana brutalità con una proficua tensione che ci spinge verso l’ Alto, verso l’ Altro: il Signore delle cime. I nostri corpi sono stanchi ma i pensieri, purificati dallo stremamento, sono concentrati nella vetta, luogo della katanoesai, della conoscenza e della comprensione, dove a Mosè fu concesso di esperire la conoscenza di Colui che è e recepire almeno la sua Presenza se non l’ombra della sua Gloria.


Gli disse «Mostrami la tua Gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere» (Esodo 33,18-23).


Per fortuna la notte era di una limpidezza insolita ed il cielo sembrava un incredibile tessuto di stelle, difficile da contemplare se non nelle nostre alte montagne. Avevo come l'impressione di toccare il cielo, come quando si ha la gioia di incontrare gente di fede e di amore e lì insieme a me ce n’era tanta davvero. Un pellegrino alquanto agnostico, non del nostro gruppo, ha commentato il percorso in modo molto favorevole: l'escursione alla Montagna di Mosè è stata affascinante, incredibile ed un po’ assurda ma assolutamente da fare. Ho visto salire in cima gente di ogni età, condizione fisica e con l'abbigliamento più strano, di ogni razza e religione. Pigiati sulla cima come sardine in scatola, dove il movimento brusco di qualcuno poteva essere pericoloso per il vicino, in piena notte, infreddoliti ed in attesa del sorgere del sole, ho sentito intonare, con grande sorpresa e piacere al tempo stesso, canti di gioia o di ispirazione religiosa, preghiere cristiane e musulmane.


E così, dal buio siamo passati finalmente alla luce, mentre il vento freddo e insistente ci faceva intirizzire e scricchiolare anche quelle poche giunture che non erano del tutto doloranti.


Soffia, vento che hai la forza di cambiate, fuori e dentro di me … soffia proprio qui … Tu ci spingi verso un punto che rappresenta il senso del tempo, il tempo dell’unità (Cerco la tua voce, Gen Rosso).


Qui lo stupore era d’obbligo ed il tappeto lucente di stelle ci induceva ad interrogarci urgentemente, dopo la prima improvvisa emozione della riuscita, per fare chiarezza nel nostro animo e permetterci di renderci consapevoli della santità della nostra prodezza. Anche se non siamo stati sfiorati dall’ombra della Gloria di Dio, abbiamo sentito la sua brezza non troppo leggera, alitata da quel freddo vento sul nostro ormai freddo sudore, dovuto alla fatica cristallizzatasi sulla nostra pelle e all’emozione inquietante ma altamente tensio-attiva per la possibilità di un proficuo incontro.


E la nostra mente vaga per trovare affinità tra le vette di altri monti: qui hanno pregato Mosè ed Elia, gli uomini del monte, della luce e dell’incontro con l’Assoluto; sono gli stessi che vediamo ancora insieme nell’altro monte, il Tabor, per un altro incontro, quello definitivo: con l’Emmanuel.


A questo punto, il passo che ci consente di considerare il nostro pellegrinaggio in una prospettiva prevalentemente cristologica, è piuttosto breve e diventa efficace definirlo alla luce di Gesù Cristo "via, verità e vita" (Gv 14,6), e nell’esempio del discepolo seguace della "via della salvezza" (At 16,17), viator et peregrinans verso la Gerusalemme celeste (Venite, saliamo al monte del Signore C.E.I. 29.06.98).


E noi ci appaghiamo di una qualche virtuale possibilità di trasformazione interiore, con la preghiera innanzitutto.


Ci viene spontaneo pensare:


“Maestro è bello per noi stare qui” (Mc 9,5).


“Ascoltatelo” (Mc 9,7)


E noi ascoltiamo la Parola ed accogliamo la parola di Cristo perché è bello essere uomini, è bello essere di Cristo, che è luce da luce, Dio vero da Dio vero. Ed è bello rendersi conto che l’autenticità della nostra esistenza oltrepassa la fatica di cercare di far riemergere questa luce sepolta nei nostri cuori e che si esperimenta nella gioia totalizzante di farla splendere negli altri. Questa è la sequela di Gesù che ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2Tim 1,10).

2 commenti:

mariuccio ha detto...

Migliore commento di queste parole scritte da fr. Raniero Cantalamessa ad introduzione del suo libro La salita al Monte Sinai, 1996 - Città Nuova, Roma, non ci potrebbe essere.
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Sali verso di me

Cara lettrice, o caro lettore. Intraprendere la lettura di un libro è come iniziare ogni volta un nuovo viaggio. È giusto perciò che io ti dica subito dove porta il viaggio che stai iniziando con la lettura di questo libro, dove siamo diretti. Siamo diretti al Monte Sinai per cercarvi qualche vestigio che ci parli del Dio vivente.

I pellegrini che si recano al Sinai materiale, al mattino, quando è ancora notte fonda e la temperatura assai rigida, lasciano il monastero di Santa Caterina e in silenzio, da soli o a piccoli gruppi, iniziano la salita su per gli interminabili gradini, in modo da essere sulla vetta in tempo per ammirare da lassù la spettacolo, che dicono impressionante, del sorgere del sole.

Noi faremo un po' come loro. Saliremo il nostro Sinai spirituale, per contemplare lassù colui di cui il sole non è che un pallido riflesso. Per avere anche noi, se possibile e nei modi che lui vorrà, la nostra piccola teofania, cioè una manifestazione di Dio. Saranno nostre guide Mosè, Elia e, con loro, tanti altri reduci dal Monte Sinai.

Il Sinai è una montagna misteriosa che sembra essere dappertutto e in nessun luogo preciso. Anche il suo nome oscilla: ora si chiama Monte Oreb, ora Monte Sinai. L'unica cosa certa è che esso è «il monte di Dio». Tale è l'importanza di ciò che avviene su questo monte che, come si parla nella Bibbia del «Dio di Abramo», così si parla anche del «Dio del Sinai» (cf. Sal 68, 9; Gd 5, 5). Chiunque cammini «per quaranta giorni e quaranta notti» - non importa dove abbia avuto inizio il suo viaggio -, sempre finisce su questa montagna. Mosè, quando era ancora fuggiasco in Madian, un giorno «condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb» e fu qui che ebbe la visione di Dio nel roveto ardente e la rivelazione del nome di Dio (cf. Es 3, 1ss.). Anche Elia, avendo camminato «quaranta giorni e quaranta notti», arrivò alle falde di questo monte (cf. 1 Re 19, 8).

Questo è il monte che anche noi vogliamo scalare. Ma «chi salirà il monte del Signore?» (Sal 24, 3); chi può osare intraprendere un tale viaggio? La Scrittura ci dà la risposta con questa semplice frase: «Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte» (Es 19, 3). Mosè sali e il Signore lo chiamò; salì perché il Signore lo chiamò. Prima di ogni iniziativa nostra, c'è l'iniziativa di Dio. È lui che chiama, che invita, e se stai leggendo queste righe è segno che sta invitando anche te.

Il richiamo di Dio: quanto è delicato e quanto è potente! L'animale sente il richiamo della foresta, l'uomo il richiamo della sua compagna e la donna quello del suo compagno. Ma infinitamente più profondo è il richiamo che l'anima sente del suo Dio, anche se di natura tanto diversa. «Ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

«Sali verso di me», dice Dio a Mosè (Es 19, 4; 24, 12). Qualcuno ci chiama e ci aspetta di lassù. Noi lo cerchiamo perché egli ci ha cercato per primo. Anzi, noi non lo cercheremmo, se non lo avessimo già trovato. «Come puoi cercare - diceva un santo monaco - ciò che non hai perso? Può cercare Dio solo chi l'ha conosciuto e poi l'ha perduto». E questa è la situazione di tutti noi, creati per essere «immagine di Dio». In ogni uomo continua il pianto di Adamo cacciato dal Paradiso, che non vede più il volto «sereno e mite» del suo Dio.

Non tarderemo molto a scoprire che il monte che vogliamo scalare non è fuori di noi, ma dentro, al punto da poter far nostre le parole di un poeta mistico e dire: «Io sono un monte in Dio, debbo scalar me stesso perché il suo caro volto Iddio mi sveli».

Il Sinai però è anche una montagna scoscesa. La ricerca del Dio vivente presenta, oggi, asperità e ostacoli - ma anche stimoli - nuovi, che non esistevano al tempo dei Padri, o quando san Bonaventura scriveva il suo Itinerario della mente a Dio. La maggioranza di questi itinerari antichi risultano oggi interrotti, o semplicemente impraticabili per l'uomo moderno, non più abituato ad elevarsi attraverso i gradi della speculazione, ma aperto, semmai, alle prove di natura storica ed esistenziale. E noi dobbiamo scalare il Sinai di oggi, non un Sinai idilliaco e intemporale. Vogliamo incontrare il Dio che vive oggi, non solo conoscere il Dio che viveva nel passato. Vogliamo, se possibile, ritrovare il senso del Dio vivente, di cui si avverte tanto acutamente il bisogno nel mondo che ci circonda.

Cercheremo di fare come lo scriba sapiente che mette al servizio del regno nova et vetera, le cose nuove e le cose antiche, le voci degli antichi e le voci dei moderni. Sappiamo che il Dio vivente lo si conosce meglio dall'esperienza che dai ragionamenti, più per «contagio» che per discussione. Non esiteremo perciò a ricorrere con frequenza ad incontri celebri di anime con Dio, quasi per ascoltare dal vivo la voce che si leva dalla «grande nube di testimoni di cui siamo circondati» (Eb 12, 1).

Vogliamo raccogliere l'invito che Dio rivolge agli uomini dalle pagine della Scrittura: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio!» (Sal 46, 11). «Fermatevi», cioè cessate di agitarvi, quietatevi, o anche, come si traduceva una volta, prendete una vacanza (vacate) da tutto e da tutti, per imparare quest'unica cosa che però vale più della vita: che io sono Dio.

Cerchiamo dunque in Dio la nostra forza e decidiamo nel nostro cuore «il santo viaggio». Diciamogli con fede e umiltà: «Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26, 8s.).

mariuccio ha detto...

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE
DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
AL MONTE SINAI
GIOVANNI PAOLO II
CELEBRAZIONE DELLA PAROLA AL MONTE SINAI
Monastero di Santa Caterina, 26 febbraio 2000

Carissimi Fratelli e Sorelle,
1. In quest'anno del Grande Giubileo la nostra fede ci spinge a divenire pellegrini sulle orme di Dio. Contempliamo la via che ha percorso nel tempo, rivelando al mondo il mistero magnifico del suo amore fedele per tutta l'umanità. Oggi, con grande gioia e profonda emozione, il Vescovo di Roma è pellegrino sul Monte Sinai, attratto da questa montagna santa che si erge come monumento maestoso a ciò che Dio ha qui rivelato. Qui ha rivelato il suo nome! Qui ha dato la sua Legge, i Dieci Comandamenti dell'Alleanza!
Quanti sono giunti in questo luogo prima di noi! Qui il Popolo di Dio si è accampato (cfr Es 19, 2); qui il profeta Elia ha trovato rifugio in una caverna (cfr 1 Re 19, 9); qui il corpo della martire Caterina ha trovato il riposo eterno; qui schiere di pellegrini nel corso dei secoli hanno scalato quella che San Gregorio di Nissa definì la «montagna del desiderio» (Vita di Mosè, II, 232); qui generazioni di monaci hanno vegliato e pregato. Noi seguiamo umilmente le loro orme, sul «suolo santo» dove il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ha ordinato a Mosè di liberare il suo popolo (cfr Es 3, 5-8).
2. Dio si rivela in modi misteriosi, come il fuoco che non consuma, secondo una logica che sfida tutto ciò che conosciamo e che ci aspettiamo. E’ il Dio che al contempo vicino e lontano; è nel mondo, ma non di esso. E’ il Dio che viene ad incontrarci, ma che non sarà posseduto. Egli è «IO SONO COLUI CHE SONO», il nome che non è alcun nome! IO SONO COLUI CHE SONO: l'abisso divino nel quale essenza ed esistenza sono una cosa sola! E’ il Dio che è l’Essere in sè stesso! Di fronte a tale mistero, come possiamo non «toglierci i sandali» come Egli ordina, e non adorarlo su questo suolo santo?
Qui, sul Monte Sinai, la verità di «chi è Dio» è divenuta fondamento e garanzia dell'Alleanza. Mosè entra nell'«oscurità luminosa» (Vita di Mosè, II, 164), e in questo luogo gli viene data la legge scritta «dal dito di Dio» (Es 31, 18). Che cos'è questa legge? È la legge della vita e della libertà!
Presso il Mar Rosso il popolo aveva sperimentato una grande liberazione. Aveva visto la forza e la fedeltà di Dio, aveva scoperto che Egli è il Dio che in realtà rende libero il suo popolo, come aveva promesso. Tuttavia, ora sulla sommità del Sinai, questo stesso Dio suggella il suo amore stringendo l'Alleanza alla quale non rinuncerà mai. Se il popolo osserverà la Sua legge, conoscerà la libertà per sempre. L'Esodo e l'Alleanza non sono semplicemente eventi del passato, essi sono il destino eterno di tutto il Popolo di Dio!
3. L'incontro fra Dio e Mosè su questo Monte racchiude al cuore della nostra religione il mistero dell'obbedienza che rende liberi, che trova il suo compimento nell'obbedienza perfetta di Cristo nell'Incarnazione e sulla Croce (cfr Fil 2, 8; Eb 5, 8-9). Anche noi saremo veramente liberi se impareremo a obbedire come ha fatto Gesù (cfr Eb 5, 8).
I Dieci Comandamenti non sono l'imposizione arbitraria di un Signore tirannico. Essi sono stati scritti nella pietra, ma innanzitutto furono iscritti nel cuore dell'uomo come Legge morale universale, valida in ogni tempo e in ogni luogo. Oggi come sempre, le Dieci Parole della legge forniscono l'unica base autentica per la vita degli individui, delle società e delle nazioni; oggi come sempre, esse sono l'unico futuro della famiglia umana. Salvano l'uomo dalla forza distruttiva dell'egoismo, dell'odio e della menzogna. Evidenziano tutte le false divinità che lo riducono in schiavitù: l'amore di sé sino all’esclusione di Dio, l'avidità di potere e di piacere che sovverte l'ordine della giustizia e degrada la nostra dignità umana e quella del nostro prossimo. Se ci allontaneremo da questi falsi idoli e seguiremo il Dio che rende libero il suo popolo e resta sempre con lui, allora emergeremo come Mosè, dopo quaranta giorni sulla montagna, «risplendenti di gloria» (san Gregorio di Nissa, Vita di Mosè, II, 230), accesi della luce di Dio!
Osservare i Comandamenti significa essere fedeli a Dio, ma significa anche essere fedeli a noi stessi, alla nostra autentica natura e alle nostre più profonde aspirazioni. Il vento che ancora oggi soffia dal Sinai ci ricorda che Dio desidera essere onorato nelle sue creature e nella loro crescita: Gloria Dei, homo vivens. In questo senso, quel vento reca un invito insistente al dialogo fra i seguaci delle grandi religioni monoteistiche nel loro servizio alla famiglia umana. Suggerisce che in Dio possiamo trovare il punto del nostro incontro: in Dio, l’Onnipotente e Misericordioso, Creatore dell'universo e Signore della Storia, che alla fine della nostra esistenza terrena ci giudicherà con giustizia perfetta.
4. La lettura del Vangelo che abbiamo appena ascoltato suggerisce che il Sinai trova il suo compimento in un'altra montagna, il Monte della Trasfigurazione, dove Gesù appare ai suoi Apostoli risplendente della gloria di Dio. Mosè ed Elia stanno con Lui per testimoniare che la pienezza della rivelazione di Dio si trova nel Cristo glorificato.
Sul Monte della Trasfigurazione, Dio parla da una nube, come ha fatto sul Sinai. Tuttavia, ora Egli dice: «Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!» (Mc 9, 7). Ci ordina di ascoltare Suo Figlio perché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11, 27). In tal modo, impariamo che il vero nome di Dio è PADRE! Il nome che supera tutti gli altri nomi: ABBA! (cfr Gal 4, 6). In Gesù apprendiamo che il nostro vero nome è FIGLIO, FIGLIA! Impariamo che il Dio dell'Esodo e dell'Alleanza rende libero il suo Popolo perché è costituito da figli e figlie, creati non per la schiavitù, ma per «la libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21).
Perciò, quando san Paolo scrive che noi «mediante il corpo di Cristo» siamo «stati messi a morte quanto alla legge» (Rm 7, 4), non intende dire che la Legge del Sinai sia passata. Vuol significare che i Dieci Comandamenti ora si fanno udire attraverso la voce del Figlio prediletto. La persona resa libera da Gesù Cristo è consapevole di essere legata non esternamente da una moltitudine di prescrizioni, ma interiormente dall'amore che si è profondamente radicato nel suo cuore. I Dieci Comandamenti sono la legge della libertà: non la libertà di seguire le nostre cieche passioni, ma la libertà di amare, di scegliere ciò che è bene in ogni situazione, anche quando farlo è un peso. Non obbediamo a una legge impersonale; ciò che è richiesto è di arrendersi amorevolmente al Padre mediante Cristo Gesù nello Spirito Santo (cfr Rm 6, 14; Gal 5, 18). Rivelando se stesso sul Monte e consegnando la sua Legge, Dio ha rivelato l'uomo all'uomo. Il Sinai sta al centro della verità sull'uomo e sul suo destino.
5. Nella ricerca di tale verità, i monaci di questo Monastero hanno piantato la loro tenda all'ombra del Sinai. Il Monastero della Trasfigurazione e di Santa Caterina reca tutti i segni del tempo e del tumulto umano, ma sta quale indomita testimonianza dell'amore e della sapienza divini. Per secoli monaci di tutte le tradizioni cristiane hanno vissuto e pregato insieme in questo monastero, ascoltando la Parola, nella quale dimora la pienezza della sapienza e dell'amore del Padre. Proprio in questo Monastero san Giovanni Climaco scrisse La Scala del Paradiso, un capolavoro spirituale che continua a ispirare monaci e monache, dall'Oriente e dall'Occidente, generazione dopo generazione. Tutto ciò si è svolto sotto la potente protezione della Grande Madre di Dio. Già nel terzo secolo i cristiani egiziani si rivolgevano a Lei con parole fiduciose: sotto la tua protezione troviamo rifugio, oh santa Madre di Dio! Sub tuum praesidium confugimus, sancta Dei Genetrix! Nel corso dei secoli, questo monastero è stato un eccezionale luogo di incontro per persone di differenti Chiese, tradizioni e culture. Prego affinché nel nuovo millennio il Monastero di Santa Caterina sia un faro luminoso che chiama le Chiese a conoscersi meglio reciprocamente e a riscoprire l'importanza agli occhi di Dio di ciò che ci unisce a Cristo.
6. Sono grato ai numerosi fedeli della Diocesi di Ismayliah, guidati dal Vescovo Makarios, che si sono uniti a me in questo pellegrinaggio sul Monte Sinai. Il Successore di Pietro vi ringrazia per la solidità della vostra fede. Dio benedica voi e le vostre famiglie!
Saluto cordialmente Sua Eccellenza Macario, Vescovo copto ortodosso di Tutto il Sinai e, grato per la sua presenza, gli chiedo di trasmettere i miei oranti auspici ai fedeli della sua Diocesi.
Desidero ringraziare in modo particolare l'Arcivescovo Damianos per le sue cortesi parole di benvenuto e per l’ospitalità che egli, insieme ai monaci, ci ha offerto oggi. Il Monastero di santa Caterina rimanga un'oasi spirituale per i membri di tutte le Chiese alla ricerca della gloria del Signore, che venne a dimorare sul Sinai (cfr Es 24, 16). La visione di questa gloria ci sospinge a esclamare ricolmi di gioia:
«Ti rendiamo grazie, Padre Santo,
per il tuo santo nome,
che hai fatto abitare nei nostri cuori» (Didache, X). Amen.