moses2008

Pellegrini sulle orme di Dio: riflessione sul Pellegrinaggio al monte Sinai Salimmo su … tanto ch'i' vidi de le cose belle che porta 'l ciel …E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno canto XXXIV, 136-139). “Sali verso di me sul monte e rimani lassù” (Es 24,12): è l’invito della voce misteriosa che dimora nella nostra intimità; e noi ci dirigiamo lentamente su per la cima del Gebel Musa per cercarvi qualche vestigio di Colui che viene e che verrà: il Dio vivente.

domenica 30 marzo 2008

Poesia di Sr. Stefania

Da S. Gervasio il viaggio è iniziato,
ma al ritorno nel nostro cuore qualcosa è cambiato.
Abbiamo visto piramidi, tombe e faraoni
ei nostri occhi si sono riempiti di emozioni.
Nei monasteri del deserto abbiamo scoperto
il silenzio, valore che manca al nostro tempo.
Mosè, il profeta, ci ha accompagnato
lungo la meta.
Nel buio della notte, con le torce in mano,
abbiamo iniziato la scalata piano, piano.
Il cielo, una trapunta di stelle,
ha ascoltato le nostre preghiere più belle.
E' stato bello e faticoso camminare,
ma ci ha sostenuto la fede e il desiderio
di arrivare.
Insieme ci siamo aiutati,
per non sentirci troppo affaticati.
E abbiamo sentito un legame profondo
tra noi e Colui che ha creato il mondo.
Tra le nuvole il sole è spuntato
e nel silenzio abbiamo contemplato
lo stupore di un nuovo giorno
splendere tutt'intorno.
I nostri cuori si sono illuminati
dall'amore di un Dio che da sempre ci ha amati
e come Mosè che scese dal monte con il volto splendente
anche noi siamo ritornati con una gioia avvolgente.
Il nostro pellegrinaggio è stato
molto più che un viaggio.
Di questo è Don Marcello che dobbiamo ringraziare
che la Parola di Dio ci ha fatto gustare.
L'A.T. l'abbiamo sentito
vivo in ogni momento.
Cullati dalle onde del Nilo, sulla feluca colorata
abbiamo assaporato la pace, a volte,
tanto sospirata.
E dal viaggio in carrozzella
abbiamo visto la realtà non solo bella,
ma quella della gente vera
che sta sulla strada dal mattino alla sera,
cercando un amico a cui comunicare:
"cavallo mangiare, euro dare".
E scoprire che la nostra felicità
ha contagiato anche questa umanità, così diversa
per cultura e religione,
ma con nel cuore la stessa canzone:
"Inshallà": Se Dio vuole!
Se Dio vuole, faremo altri viaggi, ancora insieme,
senza guardare l'età o la diversità, ma cercando solo
la fraternità.


(Sr. Stefania)

lunedì 10 marzo 2008

Pellegrini sulle orme di Dio:riflessione sul Pellegrinaggio al monte Sinai

Salimmo su … tanto ch'i' vidi de le cose belle che porta 'l ciel …E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno canto XXXIV, 136-139).



“Sali verso di me sul monte e rimani lassù” (Es 24,12): è l’invito della voce misteriosa che dimora nella nostra intimità; e noi ci dirigiamo lentamente su per la cima del Gebel Musa per cercarvi qualche vestigio di Colui che viene e che verrà: il Dio vivente.


Come queste montagne circondano la nostra vallata, così la Tua grazia ci circonda, o Dio d’amor. Come queste montagne proclamano la tua gloria, così noi vogliamo esaltare il Tuo nome, Signore (canto: Come queste montagne).


«Venite, saliamo sul monte del Signore … perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri» (Is 2,3).


Isaia immagina un pellegrinaggio ideale verso il Monte del Tempio del Signore e rivolge un invito fiducioso a muoversi, a camminare verso il Signore, meta di pace. Figura allegorica della Chiesa pellegrina nel tempo verso l'incontro con il Signore e di quei credenti che si esprimono concretamente con il loro pellegrinaggio verso la patria celeste.


E noi saliamo tutti insieme a rappresentare la moltitudine di tutte quelle genti a cui è stato annunziato e testimoniato il Kerygma (cfr. Mt 24,14).


Cammina con Lui, fratello che vai, cammina con Lui se forza più non hai. La strada è più dolce, fratello che vai, cammina con Lui, la vita troverai (Cammina con lui, Del Vecchio - Stefani).


Al buio e al freddo, nel sentiero irto e faticoso, abbiamo iniziato a vivere l’esperienza del deserto e siamo pronti a condividere l’invito alla gioia che ci fa Colui che ci conosce “per nome” e ci chiama alla luce su per la vetta dell’ Oreb: il Signore delle cime.Nella speranza di recepire una presenza che faccia credere al ritorno della vera vita e alla gioia di vivere.


Ogni pietra che abbiamo scansato nell’ascesa, che ostruiva la via del nostro cuore, ma che abbiamo prontamente rimossa per non cadere, ci ha ricordato che lassù ci sarebbe stato un risveglio delle nostre anime dal sonno dell’indifferenza e della superficialità.


Camminerò, camminerò sulla tua strada, Signor. Dammi la mano: voglio restar per sempre insieme a Te (Gen Rosso).


Andiamo a respirare la brezza leggera del suo Spirito, che ci implode dentro con tutta la Magnificenza di Colui che è Gloria. Effatà, apriamoci alla sua Parola, prepariamo i nostri cuori all’ascolto. Questa è la via Santa (Is 35,8) che percorriamo arrancando sulle nostre deboli gambe e con i cuori induriti dalle distrazioni delle nostre routinanti vite, per arrivare ad incontrarLo, sperimentarLo forse nel nostro intimo, acclamarLo: l’unico Salvatore.


Rialzami e cura le ferite … sono così spesso senza meta e senza Te cosa farei?


Spirito … parlami, cerco la tua voce; traccia a filo d’oro la mia storia e intessila d’eternità (Cerco la tua voce, Gen Rosso).


Questa via ci richiama al cuore che tutta la vita è un pellegrinaggio verso Dio, tutta la storia è un cammino verso il Signore: soltanto concepita così la storia dell’umanità ci renderà capaci di dare senso alle nostre storie individuali, un senso denso di significato, ma anche di un definitivo e fruttuoso orientamento.


Dove sei, perché non rispondi? Vieni qui, dove ti nascondi? Ho bisogno della tua presenza: è l’anima che cerca Te. Spirito che dai la vita al mondo, cuore che batte nel profondo. Lava via le macchie della terra e coprila di libertà (Cerco la tua voce, Gen Rosso).


La stanchezza della salita e la difficoltà per il terreno sconnesso e la mancanza di luce svuotano il nostro corpo delle forze ma lo svuotamento si fa più marcato fino ad arrivare allo svuotamento delle nostre coscienze, come un inizio di estasi. Il livello della razionalità si abbassa ed i nostri cuori immersi nel silenzio ossequioso di quella ostica natura si sentono alleggeriti e preparati e già pronti adesso all’ascolto di quel Silenzio che parla al cuore e che ci avverte di una ineffabile Presenza.


Lassù, lo speriamo, lo sappiamo c’è il luogo metaforico dell’ incontro tra il nostro universo finito e l’infinito dell’Altro-da-noi.


Piano piano usciremo dalle tenebre della notte per incominciare ad imparare a saper ascoltare quel silenzio luminoso che trapela dalle vivide stelle e presagiamo con gioia di subire attivamente la folgorazione della luce e la visione della vita spirituale che emergerà incontaminata anche dalla caducità materiale delle cose.


Signore perdona la nostra apparente arroganza: non abbiamo indietreggiato di fronte alla sofferenza, non abbiamo provato smarrimento di fronte al sacrificio, non ci siamo spaventati all’idea di rinunciare: Tu ci aspettavi e siamo stati, almeno questa volta, determinati nel proseguire per la via-vita-verità. Per noi è stato come se fossimo saliti al monte della Trasformazione, senza pretendere una tenda, ma nella speranza di essere sfiorati dalla brezza leggera del tuo Spirito.


Accetta il nostro timido tentativo di aver provato ad uscire dalla nostra visione materialistica della vita, facendo il vuoto nei nostri pensieri, nel tentativo di strapparci di dosso le bende del peccato, e di uscire da questo loop egoistico e pagano. Il vitello d’oro ha rappresentato un peccatuccio veniale di fronte ai letalia moderni, alle idolatrie materialistiche del successo, dell’apparenza inconcludente ed effimera, al consumismo sfrenato e insensato che dissolve il significato dell’autenticità della vita ed il senso profondo del nostro percorso teleologico.


Dimentica o Signore per un momento il “Salmo della montagna”:


“Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo. Otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. (Salmo 23,3-6).


E donaci la forza e il coraggio necessari per salire a Te, specialmente ai nostri compagni anziani che arrancano tentennanti inciampando nei ciottoli disseminati sul sentiero, che come le spine nella parabola del seminatore possono rendere inefficace la nostra sincera intenzione.


Questo monte che sa di eterno: preghiera della Terra a Dio, come gli alti monti dell’antichità, è il luogo ideale della luce, la notte è breve e le tenebre non vi risiedono a lungo. Qui Mosè ed Elia hanno raggiunto la loro meta nella scalata, nell’incontro col Signore simboleggiando il comportamento che dovrebbe tenere ogni credente che desidera incontrarsi ogni giorno con Dio.


La vediamo la vetta: è lontana e ci costringe ogni momento ad alzare lo sguardo verso l’alto.


Alzo gli occhi verso i monti: da dove verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore … non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenta il tuo custode. Il Signore è il tuo custode, è come ombra che ti copre. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte (Salmo 120).


La nostra fronte è puntata verso l’alto come se fosse un dito puntato verso il cielo e ci ricordiamo del dito di Dio:


Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio (Es 31,18).


I nostri pensieri sono proiettati allo zenit, alla luce: quella stessa luce che è stata sepolta dentro di noi. Siamo pronti ad innalzarci distaccandoci dal nostro piccolo orizzonte quotidiano, dalla nostra umana brutalità con una proficua tensione che ci spinge verso l’ Alto, verso l’ Altro: il Signore delle cime. I nostri corpi sono stanchi ma i pensieri, purificati dallo stremamento, sono concentrati nella vetta, luogo della katanoesai, della conoscenza e della comprensione, dove a Mosè fu concesso di esperire la conoscenza di Colui che è e recepire almeno la sua Presenza se non l’ombra della sua Gloria.


Gli disse «Mostrami la tua Gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere» (Esodo 33,18-23).


Per fortuna la notte era di una limpidezza insolita ed il cielo sembrava un incredibile tessuto di stelle, difficile da contemplare se non nelle nostre alte montagne. Avevo come l'impressione di toccare il cielo, come quando si ha la gioia di incontrare gente di fede e di amore e lì insieme a me ce n’era tanta davvero. Un pellegrino alquanto agnostico, non del nostro gruppo, ha commentato il percorso in modo molto favorevole: l'escursione alla Montagna di Mosè è stata affascinante, incredibile ed un po’ assurda ma assolutamente da fare. Ho visto salire in cima gente di ogni età, condizione fisica e con l'abbigliamento più strano, di ogni razza e religione. Pigiati sulla cima come sardine in scatola, dove il movimento brusco di qualcuno poteva essere pericoloso per il vicino, in piena notte, infreddoliti ed in attesa del sorgere del sole, ho sentito intonare, con grande sorpresa e piacere al tempo stesso, canti di gioia o di ispirazione religiosa, preghiere cristiane e musulmane.


E così, dal buio siamo passati finalmente alla luce, mentre il vento freddo e insistente ci faceva intirizzire e scricchiolare anche quelle poche giunture che non erano del tutto doloranti.


Soffia, vento che hai la forza di cambiate, fuori e dentro di me … soffia proprio qui … Tu ci spingi verso un punto che rappresenta il senso del tempo, il tempo dell’unità (Cerco la tua voce, Gen Rosso).


Qui lo stupore era d’obbligo ed il tappeto lucente di stelle ci induceva ad interrogarci urgentemente, dopo la prima improvvisa emozione della riuscita, per fare chiarezza nel nostro animo e permetterci di renderci consapevoli della santità della nostra prodezza. Anche se non siamo stati sfiorati dall’ombra della Gloria di Dio, abbiamo sentito la sua brezza non troppo leggera, alitata da quel freddo vento sul nostro ormai freddo sudore, dovuto alla fatica cristallizzatasi sulla nostra pelle e all’emozione inquietante ma altamente tensio-attiva per la possibilità di un proficuo incontro.


E la nostra mente vaga per trovare affinità tra le vette di altri monti: qui hanno pregato Mosè ed Elia, gli uomini del monte, della luce e dell’incontro con l’Assoluto; sono gli stessi che vediamo ancora insieme nell’altro monte, il Tabor, per un altro incontro, quello definitivo: con l’Emmanuel.


A questo punto, il passo che ci consente di considerare il nostro pellegrinaggio in una prospettiva prevalentemente cristologica, è piuttosto breve e diventa efficace definirlo alla luce di Gesù Cristo "via, verità e vita" (Gv 14,6), e nell’esempio del discepolo seguace della "via della salvezza" (At 16,17), viator et peregrinans verso la Gerusalemme celeste (Venite, saliamo al monte del Signore C.E.I. 29.06.98).


E noi ci appaghiamo di una qualche virtuale possibilità di trasformazione interiore, con la preghiera innanzitutto.


Ci viene spontaneo pensare:


“Maestro è bello per noi stare qui” (Mc 9,5).


“Ascoltatelo” (Mc 9,7)


E noi ascoltiamo la Parola ed accogliamo la parola di Cristo perché è bello essere uomini, è bello essere di Cristo, che è luce da luce, Dio vero da Dio vero. Ed è bello rendersi conto che l’autenticità della nostra esistenza oltrepassa la fatica di cercare di far riemergere questa luce sepolta nei nostri cuori e che si esperimenta nella gioia totalizzante di farla splendere negli altri. Questa è la sequela di Gesù che ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo (2Tim 1,10).